
Missione Delegazione Sindacale a Laayoune (territori saharaui occupati)
data: 22 – 25 gennaio 2011
Hanno partecipato: Carlos Carvalho CGTP – IN (Portogallo), Victoria Montero CCOO (Spagna), Philippe Denolle CGT
(Francia), Sergio Bassoli CGIL (Italia), Jaime Tonda Confederaciòn Intersindical (Spagna), Santiago González USO
(Spagna), Gorka Quevedo et Saioa Igeregi ELA-STV , Pais Basco (Spagna), Xesus Boán Confederaciòn Intersindical
Gallega (Spagna)
La partenza e l'arrivo a Laayoune
La missione è partita con l'obiettivo di raggiungere Laayoune, visto che nei mesi seguenti gli scontri culminati l'8 novembre
scorso con lo sgombero del campo di Gdeim Izik, varie delegazioni di parlamentari, associazioni umanitarie internazionali e
giornalisti, sono state respinte. Secondo, una volta entrati, l'obiettivo era quello di portare la solidarietà dei sindacati europei
alla popolazione e prendere conoscenza dei fatti accaduti, partendo dalla tutela dei diritti umani fondamentali.
A Madrid, la sera del 2 gennaio, abbiamo realizzato una prima riunione di coordinamento tra tutti i partecipanti alla missione
ed il rappresentante del Polisario, Kasisa Cherif.
Per motivi esclusivamente tecnici, abbiamo dovuto prendere voli distinti per raggiungere Laayoune; il grosso della delegazione
(6 persone) hanno viaggiato via Las Palmas, 2 persone (io e Jaime Tonda) via Casablanca e Philippe Denolle della CGT
francese, ha viaggiato solo, il giorno prima, arrivando senza particolari problemi a destinazione. Tutti quanti abbiamo fatto
“dogana” a Laayoune. I servizi marocchini erano già informati del nostro arrivo, siamo stati accolti al controllo passaporti da un
funzionario che ci ha fatto le domande di rito, professione, motivo del viaggio, alloggio in Laayoune, quindi, attesa per ricevere
disposizioni dalla centrale. La richiesta specifica e precisa è stata la domanda “..... siete sindacalisti ?”. Aspettavano una
delegazione di sindacalisti. I nostri colleghi, arrivati con una ora di anticipo, sono invece stati accolti da un funzionario della
Municipalità che li ha informati dell'interesse delle autorità locali, Governatore della Regione e Sindaco della città, di incontrare
tutta la delegazione.
Per entrambe i gruppi, da quel momento, abbiamo sempre avuto la presenza discreta di agenti in borghese ad ogni nostro
spostamento.
Gli incontri
Durante il breve soggiorno a Laayoune abbiamo fatto base nella sede del sindacato CSTS (Confederazione Sindacale dei
Lavoratori Saharaui). Organizzazione di costituitasi dopo la precedente missione del 2008, non riconosciuta dalle autorità
marocchine. La sede è un luogo di incontro e di passaggio di tante persone che hanno in comune la posizione politica di
rivendicazione dell'indipendenza del popolo saharaui dal Regno del Marocco, siano donne, lavoratori, pensionati, giovani.
Abbiamo quindi potuto incontrare gli ex-lavoratori della impresa di fosfato FOSBUCRAA, in lotta per il riconoscimento dei
salari persi nel passaggio dalla proprietà spagnola (Colonia, 1975) alla proprietà marocchina e del pensionamento obbligatorio
ai 55 anni con perdita di 10 anni di lavoro, imposto dalla nuova proprietà marocchina. Una rivendicazione economica che però
ha origine e si inserisce nella rivendicazione politica dell'autodeterminazione, come spiegherò in seguito. Abbiamo incontrato
ex-lavoratori di imprese spagnole, italiane, francesi del periodo coloniale che rivendicano diritti, ad oggi non riconosciuti e
chiedono assistenza e risposte per non rinunciare ad un'aspettativa di giustizia rimasta nel cassetto per oltre un trentennio.
Anziani che oggi vivono con pensioni da 20, 40 euro al mese, in povertà, che raccontano di aver fatto da guida nel deserto,
negli anni '40 e '50, agli europei che andavano in cerca di miniere da sfruttare, storie d'altri tempi, che raccontano come si
sono costruite le aziende e come si sono mal distribuite le ricchezze prodotte.
Pagina 1Abbiamo incontrato i rappresentanti delle associazioni dei diritti umani, persone che hanno in comune una storia di detenzioni
in luoghi segreti, desaparecidos, per periodi da tre a cinque anni, nella stessa città o regione di Laayoune, che oggi sono
impegnate per tutelare i diritti umani fondamentali, per denunciare la tortura, la repressione e le discriminazioni nei confronti di
chi esprime posizioni politiche sgradite alle istituzioni marocchine. Associazioni non riconosciute, che operano in un regime
quasi clandestino, nelle case, nei luoghi di lavoro, rischiando sulla propria pelle di tornare in carcere o di perdere il lavoro.
Trovano la forza ed il coraggio dalla loro esperienza diretta, dalla sofferenza fisica e psicologica subita , dagli anni persi nelle
carceri.
Abbiamo partecipato alla manifestazione degli ex-lavoratori della azienda di fosfato, portando la nostra solidarietà alla loro
lotta per il riconoscimento dell'indennizzo economico per il declassamento di categoria e del pensionamento anticipato
obbligatorio. Scoprendo una realtà molto più complessa e delicata di ciò che appare in superficie, visto che il conflitto che
coinvolge 634 ex-lavoratori e le loro famiglie, vede 540 di questi che hanno accettato la proposta di accordo, costruita dalle
autorità locali e dall'Impresa, mentre gli altri, si sono suddivisi in due gruppi, uno che chiede un indennizzo maggiore, ed uno
che viene additato come “separatista”, e che fa di questa rivendicazione, una rivendicazione politica di indipendenza, e non
negozia, vuole il 100% di quanto dovuto.
Partendo proprio da questo conflitto economico, la rivendicazione degli ex-lavoratori, oggi pensionati, dell'impresa di fosfato,
abbiamo potuto entrare entro al conflitto politico tra Marocco e Popolo Saharawi. Ciò che le autorità marocchine non volevano
che vedessimo o sentissimo, ce lo hanno servito su di un piatto d'argento.
Siamo stati ricevuti dal Governatore della Regione e dal Vice-Sindaco della città di Laayoune, in due incontri separati, con
tanto di giornalisti, consiglieri e televisioni locali. Entrambe i dirigenti sono saharaui, indigeni come si auto-definiscono, con
matricola di identificazione della colonia spagnola, ripetuto con ostentazione per dare maggiore forza e legittimità alle loro
parole e ed alla loro posizione. Entrambe, con toni diversi, molto formale e autoritario il Governatore, più dialogante e politico il
Vice-Sindaco, ex-sottosegretario alla Cooperazione Internazionale del Governo nazionale, più abituato a trattare con
delegazioni straniere, hanno ribadito l'attenzione delle istituzioni per la soluzione del conflitto tra gli ex-lavoratori e l'impresa
FOSBUCRAA, segnalando che l'accordo è vicino e che solamente un piccolo gruppo di ex-lavoratori “manipolati da una
persona per motivi politici” (nota: sarebbe il sindacato no riconosciuto CSTS) non è al tavolo del negoziato, portando
rivendicazioni politiche e non sindacali. Abbiamo potuto così ascoltare la posizione ufficiale, tutta tesa a dimostrare che la
maggioranza della popolazione saharaui è integrata e riconosce gli sforzi e l'impegno del governo marocchino nel campo
sociale ed economico, e che solamente una minoranza, manipolata e controllata dall'esterno, rivendica il “separatismo”. Le
stesse autorità incontrate si sono dichiarate appartenenti alla comunità saharaui, autoctoni ed indigeni saharaui ma integrati
nel Regno del Marocco. Ci hanno informati dell'esistenza e del ruolo del Consiglio Reale di Coordinamento per le Questioni
Saharaui (CORCAS), composto da tutta la comunità saharaui, sia governativa che di società civile, nel cui seno è stata
elaborata la proposta di “una ampia autonomia territoriale dei territori occupati saharaui” presentata formalmente dal Marocco
alle Nazioni Unite, affermando che questa è l'unica proposta percorribile e concreta per il popolo saharaui. Rispondendo alle
nostre domande di rispettare le decisioni delle N.U., di dar corso al referendum che questo non è possibile per stessa
ammissione della missione delle N.U. (MINURSO), per l'impossibilità di definire il corpo elettorale chiamato ad esprimersi.
Abbiamo incontrato, su iniziativa delle autorità e del prezioso lavoro dei servizi che ci hanno accompagnato in ogni
spostamento e ben informati della nostra agenda di lavoro, una donna saharaui, indicataci da uno “sconosciuto” ma quanto
interessato figuro che fermatoci di sera, nella hall dell'Hotel, ci ha consigliato di fissare un incontro, per il giorno successivo,
“..... prima della vostra partenza.... “, con questa signora “ …..... molto importante che vi vuole parlate e che sarà molto utile
Pagina 2per la vostra missione..... ”. Incontro fissato e quindi, alle otto e trenta, del mattino seguente, la signora era ad attenderci nella
hall, per farci conoscere la sua storia attraverso il racconto del dramma familiare. Una famiglia saharaui divisa, una parte nei
campi a Tinduf, per seguire il sogno della propria nazione, ed una parte rimasta a Layoune, sotto la repressione marocchina,
fino a quando, chi rientra a Layoune dai campi di Tinduf, racconta le violazioni dei diritti umani subite, il carcere,la tortura, ed
una vita oramai rovinata. Mentre, chi è rimasto, dopo aver subito un periodo di repressione e di galera, oggi, con la nuova
politica, vive bene, godendo dei servizi e dell'assistenza del governo, i figli vanno a scuola, e nessuno vive discriminazioni
alcuna.
Con la stessa modalità, abbiamo incontrato una delegazione di ex-lavoratori della impresa del fosfato, anch'essi su
indicazione delle autorità locali, hanno voluto far conoscere la loro versione dei fatti, riaffermando quanto già ascoltato dalle
autorità marocchine; che siamo vicini all'accordo finale, che questa è l'unica proposta possibile ed utile per recuperare una
parte di quanto gli spetterebbe, che dopo tanti anni è meglio questo accordo che niente, per lo meno recuperano un poco di
denaro e, soprattutto, un posto di lavoro per un loro figlio, e che loro non si occupano di politica, la loro è una sola ed
esclusiva rivendicazione economica, mentre gli altri (il gruppo dei 30, che fanno capo al CSTS) si sono isolati perché hanno
introdotto rivendicazioni politiche “separatiste”. Al nostro tentativo di provare a riflettere insieme se dietro il diritto individuale in
quanto lavoratori non ci fosse anche il diritto collettivo sui profitti derivanti dall'estrazione delle risorse naturali, il fosfato in
questo caso, nel territorio dell'ex-sahara spagnolo, in base al diritto internazionale ed alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite, non possono beneficiare lo “stato occupante” in quanto oggetto di un contenzioso tra due popoli,
riconosciuto internazionalmente, quindi, diritto individuale e diritto collettivo si intrecciano e diventano difficilmente divisibili e
risolvibili senza un reciproco condizionamento. La reazione è stata netta e ripetitiva “.. noi no ci occupiamo di politica, noi
siamo marocchini, le altre questioni non ci interessano.”. Chiaro, risposta giusta al posto giusto, “lesson learned”, che
sicuramente avranno apprezzato anche gli agenti in borghese appartatisi nel retro della sala.
Impressioni
Le impressioni che portiamo via, da questa breve visita, sono quelle di un contesto sociale in cui le istituzioni conquistano il
consenso alla propria causa con l'intimidazione ed il ricatto e non con il libero confronto. La cooptazione dei saharaui alla
posizione marocchina oggi sembra passare più per una strategia di distribuzione di benefici e privilegi, piuttosto che con atti
palesemente violenti, e repressivi, difficilmente gestibili a livello internazionale. Meglio offrire benefici individuali e una via
d'uscita ai problemi del quotidiano, a condizione di rinunciare alle rivendicazioni indipendentiste. Concessioni condizionate
all'adesione ad un progetto politico che possiamo sintetizzare nella proposta di autonomia territoriale, nella versione più
avanzata ed ottimista, negazione del diritto di autodeterminazione, come consacrato dal diritto internazionale proprio a seguito
del processo di de-colonizzazione degli anni '60 del secolo scorso, da cui deriva direttamente questo conflitto. Diritto
considerato come diritto non derogabile, appartenente a quel nucleo ristretto di diritti umani esigibili sempre e dovunque per
ogni essere umano, senza discriminazione alcuna che non può essere compresso ed eliminato con decisioni unilaterali, di
forza e di prepotenza da una delle parti in causa, pur essendo smisuratamente la più forte.
La storia moderna ci insegna che solamente tramite il ricorso al diritto internazionale ed al suo rispetto, è possibile risolvere i
conflitti tra popoli e nazioni, ricostruire un quadro politico dove la giustizia ed il riconoscimento dell'altro, permettono il
processo di riconciliazione, di convivenza , di reciproca sicurezza e quindi, di pace e di sviluppo. Altre strade possono
sembrare facili ma poi risultano impossibili, producendo situazioni instabili e di permanente militarizzazione. Agire dentro il
quadro della legalità e del diritto internazionale, costruendo le condizioni affinché siano donne ed gli uomini, in libertà,
Pagina 3possano scegliere come vivere il proprio futuro, è una conquista di tutti a cui ognuno di noi, ogni persona di questo pianeta,
non può rinunciare, per non perdere parte della propria libertà.
La strategia marocchina
Anche in questa vicenda la questione demografica gioca un ruolo fondamentale nella soluzione del conflitto. Dal passaggio
dell'amministrazione coloniale spagnola all'amministrazione marocchina, si è assistito ad una politica di nuova colonizzazione
ed insediamenti di popolazione dal nord del paese nella regione sahariana degli ex-territori spagnoli, con la precisa intenzione
di modificarne gli equilibri demografici a favore di abitanti aharaui. Questa strategia è ben riflessa nella vicenda dell'unica
grande azienda della regione, la FOSBOCRAA, dove gli operai sono passati da un quasi 100% di indigeni (saharaui)
all'attuale 18%.
L'accesso ai servizi, all'istruzione ed al lavoro, sembrano essere chiaramente essere delle opportunità che si aprono o si
chiudono a seconda dell'accettazione o meno da parte della persona o della famiglia saharaui nei confronti dell'autorità
marocchina. Dimostrando così che chi non accetta la sovranità del Regno del Marocco, considerata legittima ed originaria,
come affermato dal Governatore (saharaui) della regione, non ha educazione, ha più difficoltà di trovare un lavoro e se lo trova
è di basso livello e poco remunerato, viene considerato persona pericolosa. Un atteggiamento che fino alla fine degli anni '90
era affrontato dal regime con metodi repressivi e violenti, mentre, con l'avvento di Mohammed VI, succeduto nel 1999 ad
Hassan II, le testimonianze raccolte, da entrambe le parti, affermano che la strategia è cambiata, meno “bastone e più carota”,
ma senza cambiare l'obiettivo, anzi agendo con maggiore determinazione e cinismo. Un sistema ed un ambiente dove le
violazioni dei diritti umani, individuali e collettivi, sono quotidiani e sistematici, tesi a distruggere quella che potremmo definire,
non impropriamente, la resistenza civile del popolo saharaui, lavorando sul fattore tempo, sulla emarginazione, sulla riduzione
delle libertà di espressione, sulla discriminazione nei luoghi di lavoro, obbligando le persone a manifestare pena la perdita del
posto di lavoro o altre forme di ricatti e di ulteriori vendette.
Le stesse testimonianze che ci sono state fornite dalle istituzioni locali, recitavano un copione scritto da altri, forse il prezzo da
pagare per mantenere quanto ricevuto, un dramma nel dramma stesso, rompendo in modo profondo i legami e le relazioni
all'interno della comunità e delle famiglie saharaui.
L'enorme dispiegamento militare nella città e nella regione è un'altra componente della strategia di deterrenza e di controllo
della popolazione, raggiungendo una relazione tra militari e popolazione indigena, quasi di rapporto di 1:1, sottolineando la
difficoltà di avere dati attendibili e verificabili, visto che le parti in causa denunciano cifre diverse e non verificabili, visto che la
terza parte presente sul campo, la Missione ONU, si sottrae a rilasciare informazioni e dati che invece sarebbero utili, come
avviene con l'ufficio OCHA delle Nazioni Unite, in altri contesti, come la vicina Palestina.
Diritti individuali e diritti collettivi
Le testimonianze raccolte dai lavoratori dell'azienda di fosfato (FOSBUCRAA) denunciano le gravi discriminazioni su base
etnica; i lavoratori saharaui vengono destinati ai lavori più pesanti, mentre quelli marocchini, in maggior parte provenienti dalla
regione nord del paese, ricevono mansioni più leggere.
Nella fabbrica ci sono attualmente circa 2.400 lavoratori, di cui circa 400 sono saharaui.
Nel corso degli anni, dal 1976 ad oggi, si è passati da una stragrande maggioranza di lavoratori saharaui, ad una percentuale
minima del 18%. Una strategia chiaramente di sostituzione della mano d'opera locale, saharaui, con quella esterna,
marocchina, per dimostrare che la regione è occupata non più solamente dai saharaui ma da popolazione marocchina.
Pagina 4I lavoratori saharaui non possono organizzarsi in modo libero, con un proprio sindacato, e sono quindi costretti ad iscriversi ai
sindacati marocchini se vogliono avere una rappresentanza ed una tutela sindacale.
Queste denunce sono state in parte smentite dalle autorità locali che sostengono che non esistono più discriminazioni tra i
lavoratori, ne per gli inquadramenti, la carriera, le mansioni ed i salari, cosa che può essere accaduta nel passato ma non più
oggi giorno. Mente, invece, hanno confermato che l'organizzazione sindacale è riconosciuta solamente a livello nazionale e
non è prevista per legge il riconoscimento di sindacati territoriali o d'impresa, per cui i lavoratori saharaui se vogliono possono
aderire ai sindacati nazionali. Cosa che di fatto avviene, come ci è stato riportato dagli stessi lavoratori, ma non per libera
scelta, per costrizione.
Cosa possiamo fare ?
La nostra azione dovrebbe caratterizzarsi su due ambiti tra di loro coordinati e coerenti; quello della solidarietà e della
cooperazione e quello della denuncia e rivendicazione politica, a partire dal diritto di auto-determinazione del popolo saharaui,
al rispetto dei trattati, delle convenzioni e delle risoluzioni sottoscritte in sede Nazioni Unite, OIL e Unione Europea.
La solidarietà e la cooperazione è già ben impostata e seguita dalla rete di Progetto Sviluppo, con importanti azioni a favore
della popolazione residente nei campi di Tinduf, sostenendo progetti di formazione professionale rivolti a giovani e donne.
Assistenza Giuridica a distanza
Una ulteriore azione di cooperazione potrebbe essere attivata a favore della popolazione saharaui residente nei
territori occupati, organizzando un sistema di assistenza e di consulenza giuridica a distanza per dare risposte ai
contenziosi derivanti dal passaggio dall'amministrazione spagnola quella marocchina, in temi di diritti pensionistici,
indennità per prestazioni lavorative, o quant'altro venga sollevato dalla popolazione residente che non ha alcuna
assistenza o istanza a cui rivolgersi.
Questa azione potrebbe essere assunta in forma consortile dai sindacati che hanno partecipato alla missione per
essere trasformata in progetto e quindi essere sottoposta al co-finanziamento della UE (Linea EIDHR) e coordinarsi
con il lavoro del Dipartimento Diritti Umani della CSI.
Sul versante politico le azioni principali da promuovere e sostenere sono:
• l'ampliamento del mandato della missione ONU per il monitoraggio dei diritti umani;
• la richiesta di una commissione indipendente che verifichi quanto è accaduto nel Campo di Gdeim Izik tra ottobre e
l'8 di novembre, la identificazione degli arrestati e le condizioni degli stessi;
• il richiamo al rispetto del diritto internazionale da parte del regno del Marocco; vedi,
• . divieto di sfruttamento di risorse naturali, compresa la pesca, da parte delle potenze occupanti,
dai territori occupati, e come prevedono le Convenzioni Internazionali a partire dalla Convenzione di
Ginevra ;
• proibizione di costruzione di infrastrutture civili e modifiche strutturali nei territori considerati
occupati, sulla base delle risoluzioni del C.di S. dellea Nazioni Unite;
• il richiamo al rispetto della Convenzione Europea sui Diritti Umani (CEDU) da parte della UE nell'intraprendere e/o
confermare accordi commerciali e/o di altra natura on il Regno del Marocco; vedi;
Pagina 5• Art. 2 dell'Accordo di Associazione, o clausola per il rispetto dei Diritti Umani;
• accordo commerciale sulla Pesca nel mare corrispondente ai territori contesi dell'ex-colonia
spagnola o Sahara Occidentale;
• il richiamo alla CSI per un'azione di denuncia delle violazioni dei diritti fondamentali del lavoro, in sede OIL, avendo
il Marocco sottoscritto le più importanti Convenzioni sul lavoro; vedi;
• libertà di associazione;
• discriminazione per appartenenza etnica;
• Dare continuità al percorso avviato nel 2005 con la Conferenza Sindacale tenutasi a Roma, in CGIL, che ha visto
la partecipazione dei sindacati europei, saharaui e marocchini, per promuovere il dialogo e punti di convergenza,
interessi comuni, tra le parti in conflitto; azione indispensabile per la costruzione di condizioni di risoluzione pacifica
del conflitto e per mettere le basi per una futura convivenza, nel rispetto dei diritti individuali e collettivi, e delle
aspirazione delle due parti;
• Rafforzare la collaborazione con le organizzazioni sindacali marocchine e della regione del Nord Africa e del Medio
Oriente, per sostenere i processi di democratizzazione, di conoscenza e di insediamento dei diritti umani, della
diffusione della cultura dei diritti fondamentali del lavoro, delle libertà individuali e della democrazia nelle diverse
forme politico-sociali che ogni società esprime per storia e cultura.
Roma, 27 gennaio 2011
Sergio Bassoli
Dipartimento Internazionale
CGIL