mercoledì 9 febbraio 2011

Un impegno per i bambini e le popolazioni Saharawi




La Spezia. Una violenza inaudita si è abbattuta sul Sahara Occidentale occupato, e ha investito il campo di Gdeim Izik, a una decina di km dalla capitale El Aiun, dove 20 mila Saharawi si sono riuniti spontaneamente per rivendicare i propri diritti e contro le discriminazioni di cui sono oggetto sotto l’occupazione marocchina. All’alba di lunedì 8 novembre, dopo un mese di resistenza, il campo è stato investito militarmente e completamente distrutto. Contemporaneamente i quartieri Saharawi di El Aiun sono stati assaltati dall’esercito con violenze, arresti e l'uccisione di un giovane Saharawi. La repressione ha colpito anche tutti gli altri centri abitati, con un bilancio provvisorio di una ventina di vittime, oltre 700 feriti e
150 scomparsi. Decine di Saharawi sono stati arrestati. Il territorio è stato chiuso ai giornalisti, agli osservatori internazionali e ai parlamentari di diversi paesi. Il Comune della Spezia è da sempre molto vicino al popolo del Saharawi, a cui è lòegato da un patto di amicizia che lo ha impegnato a visitare spesso, con una delegazione del consiglio comunale, i campi profughi nel deserto algerino e ad ospitare ogni anno una delegazione di bimbi Saharawi. Per questo motivo i consiglieri Simona Cossu e Edmondo Bucchioni hanno chiesto alla giunta di intervenire presso il Ministro degli Esteri chiedendo l’immediata fine della repressione e delle violenze nei confronti dei Saharawi, con il rilascio degli arrestati. Chiede inoltre di garantire il proprio impegno affinchè si faccia luce sulle persone scomparse, che sia garantito l’accesso al territorio da parte dei giornalisti, degli osservatori internazionali e dei rappresentanti delle organizzazione di difesa dei diritti umani. Inoltre impegna la giunta a ripristinare a partire dall'estate prossima l'ospitalità dei bambini Saharawi.

09/02/2011 - 10:32 - FORUM SOCIALE MONDIALE: DEBARGUE (CARITAS ALGERIA), «PRESTO UNA RIVOLTA?»




(dall’inviata SIR a Dakar) Il 12 febbraio ci sarà una manifestazione popolare ad Algeri e “molti pensano che una rivolta popolare anche in Algeria potrebbe partire da lì. Bisogna essere vigilanti”. Lo dice al SIR Jean François Debargue, segretario generale di Caritas Algeria, durante il Forum sociale mondiale in corso in questi giorni a Dakar (fino all’11 febbraio). Secondo Debargue, nell’Algeria guidata dal presidente Abdelazid Bouteflika “in questo momento possiamo immaginare scenari completamente opposti: ci sono pari possibilità che scoppi una rivolta o che non ci sia affatto”. “Se una rivolta ci sarà – prosegue Debargue – nascerà dalla ribellione dei giovani, che sono disperati e pronti a tutto. Ma la società civile è debole e non c’è una vera opposizione”. A suo avviso ci sono però una serie di differenze con le situazioni in Tunisia ed Egitto, nonostante anche in Algeria alcuni giovani si siano immolati con il fuoco e ci siano già state alcune piccole manifestazioni: “Molti algerini sono ancora traumatizzati dai massacri compiuti dai terroristi fino a dieci anni fa – spiega -, quindi non sentono l’urgenza di manifestare”.
“L’esercito algerino – prosegue Debargue - non è neutrale come in Tunisia ed Egitto, perché ha tanti vantaggi economici, quindi con una rivoluzione avrebbe troppo da perdere. Inoltre gli algerini non hanno ancora una vera identità collettiva, preferiscono cercare soluzioni individuali alle difficoltà e alle ingiustizie, come la fuga all’estero o il terrorismo”. Dopo i fatti tunisini ed egiziani il governo è comunque sull’allerta. Ha infatti adottato delle “misure anticipatorie”: ha tolto lo stato d’emergenza che durava da 19 anni e abbassato i prezzi di alcuni generi alimentari. “Bouteflika ha 74 anni ed è al suo terzo mandato – ricorda Debargue -. E’ della stessa generazione dei vecchi dittatori africani, sicuramente in qualche modo teme una rivolta. Ma non ci sono alternative politiche e non si sa chi potrebbe prendere il potere al suo posto”. Il segretario di Caritas Algeria è anche attivamente impegnato in un progetto nella zona di Tindouf a favore del popolo Saharawi, tramite la creazione di piccoli orti familiari per 25.000 persone, con il sostegno di Caritas italiana.
I saharawi rivendicano il diritto all’autodeterminazione e l’indipendenza politica – riconosciuta anche dall’Onu nel 1965 - sui territori del Sahara occidentale, con l’opposizione del Marocco, e per questo sono oggetto da circa trent’anni di una feroce repressione da parte marocchina. Questo li ha costretti ad un esilio forzato in Algeria, dove vivono 160.000 persone in quattro campi. L’ultimo grave episodio è avvenuto nell’ottobre 2010, quando il villaggio di El Ayoum, dove i saharawi avevano piantato migliaia di tende, è stato completamente raso al suolo dall’esercito marocchino. Anche a Dakar il 7 febbraio è accaduto un fatto spiacevole: un incontro organizzato dai militanti saharawi è stato preso d’assalto da alcuni attivisti marocchini, che hanno inveito in maniera aggressiva contro i saharawi, rubato e distrutto una parte dei materiali ed effetti personali degli organizzatori. Il seminario è stato annullato e i saharawi sono stati costretti a smontare lo stand. In questi giorni distribuiscono volantini di denuncia, chiedendo agli organizzatori del Forum di “assicurare ai popoli oppressi la sicurezza e la libertà d’espressione”.

AGGIORNAMENTO SITUAZIONE SAHARA OCCIDENTALE


ANSAmed) - MADRID, 4 FEB -

L'attivista per i diritti umani, Haminetu Haidar e 13 rifugiati saharawi nell'accampamento di Tinduf, in Algeria, sono stati citati a dichiarare come testimoni, il 9 e il 10 marzo prossimi, nell'inchiesta per genocidio e torture commesse nel Sahara occidentale fra il 1976 e il 1987, aperta nel 2007 dall'Audiencia Nacional. Lo riferiscono fonti giudiziarie citate dall'agenzia Europa Press. Indagati per i reati ipotizzati, 13 alti responsabili o ex responsabili della polizia, fra i quali Hosni Bensliman, capo della gendarmeria reale marocchina dal 1985. Su Bensliman pesa peraltro un ordine di arresto internazionale per la presunta implicazione nell'omicidio dell'oppositore Mehdi Ben Barka nel 1965.

L'inchiesta per genocidio e torture venne aperta su querela di parte dal giudice dell'Audiencia Nacional Baltazar Garzon nel 2007, ma è rimasta paralizzata dopo una commissione rogatoria inviata al Marocco nell'ottobre 2008, alla quale il Paese magrebino non ha dato seguito. Il magistrato Pablo Ruiz, che ha sostituito il giudice Garzon alla sezione istruttoria numero 5 dell'Audiencia Nacional, ha riattivato l'inchiesta a novembre e ieri ha citato a dichiarare 14 testimoni. L'indagine si basa sulla querela presentata nel 2006 e diretta contro 31 marocchini accusati della scomparsa di 542 persone, dopo che la Spagna abbandonò la sua ex colonia nel Sahara Occidentale, nel 1975; e documenta la morte per torture di 56 saharawi in carceri marocchine. Il giudice Garzon, dopo indagini preliminari, ridusse da 31 a 13 il numero degli indagati. (ANSAmed)

(ANSAmed) - RABAT, 3 FEB -

Un gruppo di giovani marocchini ha lanciato un invito sul social network Facebook a "manifestare pacificamente" il 20 febbraio prossimo per "una grande riforma politica" nel loro Paese. "Invitiamo tutti i marocchini a manifestare il 20 febbraio per la dignità del popolo e per le riforme democratiche", si legge nella "piattaforma" del gruppo creata su Facebook e che conta più di 3.400 simpatizzanti. Nella nota, inoltre, si chiede una riforma della Costituzione, le dimissioni dell'attuale governo e lo scioglimento del Parlamento. Commentando l'invito di Facebook, il ministro per le Comunicazioni e portavoce del governo, Khalid Naciri, ha detto: "Lo consideriamo con grande serenità". Il Marocco (...) è da tempo impegnato in un irreversibile processo di democrazia e di spazio aperto per le libertà", ha detto il ministro in un punto stampa. (ANSAmed).

Denunciano atto violento di marocchini nel Forum Sociale Mondiale


Denunciano atto violento di marocchini nel Forum Sociale Mondiale


Dakar, 7 feb (Prensa Latina) Circa 500 marocchini hanno ostacolato con la forza la celebrazione di un atto solidale col paese saharawi durante il Forum Sociale Mondiale in Senegal, segnala una nota dell'organizzazione spagnola Sinistra Unita. Il Ministero marocchino dell'Interno ha organizzato questa provocazione violenta per ostacolare che si esprimesse la solidarietà col popolo della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) dentro il Forum Sociale Mondiale, precisa il testo.
Per oggi era programmata la conferenza internazionale “Sahara Occidentale: l'ultima colonia africana” con la presenza dell'ex senatore belga e presidente della Coordinatrice Europea di Solidarietà col Popolo Saharawi, Pierre Galand, e l'eurodeputato per Sinistra Unita, Willy Meyer.
Centinaia di marocchini irruppero nella sala proferendo grida ed insulti, e dopo arrivarono fino al tavolo dell’esposizione per strappare la bandiera della RASD, indica il testo firmato da Meyer, vicepresidente dell'Intergruppo di Solidarietà col Popolo Saharawi nel Parlamento Europeo.
Meyer e Galand hanno cercato di evitare che i marocchini strappassero l'insegna nazionale, ma li hanno colpiti e spinti, mentre hanno aggredito una donna saharawi a chi causarono lesioni nel viso e la rottura dei suoi occhiali.
Il comunicato aggiunge che Meyer ricorse a sospendere l'atto davanti al vergognoso atteggiamento marocchino, dato che risultava impossibile celebrare la conferenza in mezzo alla barbarie espresse dai provocatori.
Per l'eurodeputato, questo atteggiamento fascista è incompatibile con la Lettera dei Principi del Forum Sociale Mondiale e non è la prima volta che il Marocco organizza un'azione violenta in questo tipo di eventi.
Nel dicembre passato durante il Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti, marocchini aggredirono in Sud Africa ad un giovane di Sinistra Unita e militante saharawis che avevano esposto uno striscione contro l'occupazione illegale del Sahara Occidentale.
Davanti a queste azioni violente, Meyer solleciterà gli organizzatori del Forum Sociale Mondiale di espellere la delegazione marocchina, come è accaduto nell'appuntamento di giovane e studenti nel dicembre scorso.

martedì 1 febbraio 2011

Caro Tahar Ben Jelloun


Caro Tahar Ben Jelloun

Caro Tahar Ben Jelloun, leggo oggi, sabato 29 gennaio 2011, a pagina 5 del quotidiano Il Resto del Carlino di Bologna, una tua intervista che porta la firma del giornalista Giovanni Serafini, a proposito delle rivolte popolari che stanno infiammando l'Egitto e l'Algeria, la Tunisia e lo Yemen. Il titolo dell'articolo è " Non chiamatele rivoluzioni. E' la collera degli affamati". Sono d'accordo, con te, caro Tahar Ben Jelloun: è la fame, la sacrosanta fame che muove la rabbia della gente e merita rispetto. E la tua analisi sulla situazione sociale del Maghreb sarebbe perfetta, caro Tahar Ben Jelloun, se non fosse che a un certo punto mi appari come un bugiardo e questo mi fa arrabbiare molto, caro Tahar Ben Jelloun, perché gli scrittori come te dovrebbero illuminare le menti invece che offuscarle, e perché alcuni tuoi libri li ho letti e amati molto. Alla domanda sulla situazione sociale del Marocco del giornalista Serafini " E il Marocco, che è il suo paese di nascita?", tu dai questa risposta" Il Marocco è tranquillo: c'è progresso sociale, crescita democratica, libertà di espressione. Ci sarebbero problemi se governasse ancora Hassan II: con il nuovo re, Mohammed VI, tutto è cambiato". Ma come fai a dire che il Marocco è tranquillo, se solo l'8 novembre 2010 è stata repressa nel sangue la rivolta pacifica di oltre 200.000 sahrawi accampati per protesta a sud di El Ajoun, a Gdeim Izik, in quello che è stato chiamato Il campo della dignità, dove si erano riuniti a protestare pacificamente contro le loro condizioni di vita, i loro diritti non rispettati e la mancanza di un lavoro? E cosa mi dici delle rivolte dei pescatori di Sidi Ifni, anche queste represse nel sangue? Loro non sono sahrawi, ma marocchini. E riguardo al progresso sociale, cosa intendi? Non c'è a mio avviso progresso sociale dove non c'è rispetto dei diritti umani. E soprattutto, come fai a dire che in Marocco c'è libertà di espressione se ai giornalisti non è permesso di raccontare ciò che accade realmente in Marocco? Vorrei ricordarti che le redazioni di due giornali come Le Journal Hebdomadaire e Nichane sono state chiuse. La verità caro Tahar Ben Jelloun è che del tuo Paese tu racconti solo ciò che fa piacere al tuo Re, il quale si comporta esattamente come Hassan II, ma in modo meno evidente. Tu però dovresti saperlo. Anche la Francia, il Paese in cui vivi, lo sa, ma siccome condivide col Marocco interessi economici sul Sahara Occidentale, pone il veto sia all'Onu che all'Unione Europea quando si tratta di andare ad indagare sui misfatti del Marocco. Aspetto le tue risposte come se fossi tua figlia, caro Tahar Ben Jelloun. Vorrei che tu scrivessi per me, e per tutti i lettori che ti seguono da anni," La questione sahrawi spiegata a mia figlia", con l'onestà intellettuale che io mi aspetto da un grande scrittore come te.

Ti abbraccio, caro Tahar Ben Jelloun.

Sabrina Giarratana

MISSIONE SINDACALE EUROPEA NEL SAHARA OCCIDENTALE


COMUNICATO STAMPA. 26 gennaio di 2011

MISSIONE SINDACALE EUROPEA NEL SAHARA OCCIDENTALE

8 centrali sindacali di vari stati europei sono rimaste a L'Aaiun, capitale del Sahara Occidentale, per 3 giorni.

Una delegazione di sindacati europei composta dai sindacati della Spagna (CCOO Confederazione Intersindacale), Euskadi (ELA-STV), Galizia (CIG), Francia (CGT), Italia ( CGIL) e Portogallo(CGTP-IN), in base agli accordi presi nella 36ª Conferenza Internazionale di Solidarietà col Sahara Occidentale del novembre 2010 a Le Mans, si è recata a L'Aaiun dal 23 al 25 gennaio.

Gli obiettivi della missione internazionale era portare la solidarietà ai lavoratori e lavoratrici del Sahara Occidentale e al Popolo Saharaui, e conoscere direttamente la situazione attuale nei territori occupati dal Marocco.

In questi 3 giorni ci sono state riunioni con la Confederazione Sindacale dei Lavoratori Saharauis (CSTS)-organizzazione sindacale non riconosciuta dal governo marocchino -, con i lavoratori dell'impresa OCP di fosfati Fosbucraa ed altri, e con associazioni saharauis dei diritti umani.

Ci sono state anche riunioni col Governatore di L'Aaiun, e col Vice Presidente del Consiglio Municipale, il Presidente del Consiglio Regionale (Parlamento) e del Consiglio Provinciale di L'Aaiun.

Durante la visita, la Delegazione sindacale ha constatato la mancanza di libertà politiche, sociali e sindacali della popolazione e dei lavoratori e lavoratrici saharauis che non possono fare organizzazioni, associazioni e sindacati che non siano in linea con le direttive governative marocchine. Abbiamo avuto testimonianze che oltre cento saharauis sono ancora detenuti per avere partecipato alle proteste dell'Accampamento di Gdeim Izik. Abbiamo anche constatato che lo sfruttamento delle risorse naturali saharauis non portano benefici per la sua popolazione ( creazione di posti di lavoro, etc.). Vogliamo denunciare anche il controllo poliziesco al quale siamo stati sottoposti. La polizia marocchina ci ha seguiti in tutti i nostri spostamenti, registrando e fotografando le nostre attività.

La delegazione sindacale ha portato la sua solidarietà ai lavoratori di Fosbucraa che stanno manifestando da mesi davanti alla sede della Direzione dell'Impresa, chiedendo che gli siano riconosciuti i diritti derivati dai contratti firmati con l'impresa Fosbucraa, ed essere indennizzatili adeguatamente per le discriminazioni subite per il fatto di essere Saharauis.

I sindacati partecipanti a questa missione internazionale esprimono ancora la solidarietà col Popolo Saharaui ed esigono che si rispetti il suo diritto all'autodeterminazione mediante la realizzazione del referendum raccomandato in numerose risoluzioni delle Nazioni Unite e da sempre non rispettate dal regno del Marocco. Sollecitiamo l'Unione Europea a tener conto di questi principi nelle sue relazioni col Marocco, sospendendo lo Statuto Avanzato che ha con lui. Esigiamo al governo spagnolo, potenza amministratrice del territorio, secondo la legislazione internazionale, che eserciti una politica di neutralità attiva, rotta con le dichiarazioni del Ministro degli Affari Esteri e del Ministro della Presidenza, favorevoli alle tesi marocchine.

- CC.OO España

- Confederazione Intersindacale. Spagna

- USO. Spagna

- ELA-STV. Basco

- CIG. Galizia

- CGT. Francia

- CGIL. Italia

- CGTP-IN. Portogallo

Missione Delegazione Sindacale a Laayoune (territori saharaui occupati)


Missione Delegazione Sindacale a Laayoune (territori saharaui occupati)

data: 22 – 25 gennaio 2011

Hanno partecipato: Carlos Carvalho CGTP – IN (Portogallo), Victoria Montero CCOO (Spagna), Philippe Denolle CGT
(Francia), Sergio Bassoli CGIL (Italia), Jaime Tonda Confederaciòn Intersindical (Spagna), Santiago González USO
(Spagna), Gorka Quevedo et Saioa Igeregi ELA-STV , Pais Basco (Spagna), Xesus Boán Confederaciòn Intersindical

Gallega (Spagna)
La partenza e l'arrivo a Laayoune
La missione è partita con l'obiettivo di raggiungere Laayoune, visto che nei mesi seguenti gli scontri culminati l'8 novembre
scorso con lo sgombero del campo di Gdeim Izik, varie delegazioni di parlamentari, associazioni umanitarie internazionali e
giornalisti, sono state respinte. Secondo, una volta entrati, l'obiettivo era quello di portare la solidarietà dei sindacati europei
alla popolazione e prendere conoscenza dei fatti accaduti, partendo dalla tutela dei diritti umani fondamentali.
A Madrid, la sera del 2 gennaio, abbiamo realizzato una prima riunione di coordinamento tra tutti i partecipanti alla missione
ed il rappresentante del Polisario, Kasisa Cherif.
Per motivi esclusivamente tecnici, abbiamo dovuto prendere voli distinti per raggiungere Laayoune; il grosso della delegazione
(6 persone) hanno viaggiato via Las Palmas, 2 persone (io e Jaime Tonda) via Casablanca e Philippe Denolle della CGT
francese, ha viaggiato solo, il giorno prima, arrivando senza particolari problemi a destinazione. Tutti quanti abbiamo fatto
“dogana” a Laayoune. I servizi marocchini erano già informati del nostro arrivo, siamo stati accolti al controllo passaporti da un
funzionario che ci ha fatto le domande di rito, professione, motivo del viaggio, alloggio in Laayoune, quindi, attesa per ricevere
disposizioni dalla centrale. La richiesta specifica e precisa è stata la domanda “..... siete sindacalisti ?”. Aspettavano una
delegazione di sindacalisti. I nostri colleghi, arrivati con una ora di anticipo, sono invece stati accolti da un funzionario della
Municipalità che li ha informati dell'interesse delle autorità locali, Governatore della Regione e Sindaco della città, di incontrare
tutta la delegazione.
Per entrambe i gruppi, da quel momento, abbiamo sempre avuto la presenza discreta di agenti in borghese ad ogni nostro
spostamento.
Gli incontri
Durante il breve soggiorno a Laayoune abbiamo fatto base nella sede del sindacato CSTS (Confederazione Sindacale dei
Lavoratori Saharaui). Organizzazione di costituitasi dopo la precedente missione del 2008, non riconosciuta dalle autorità
marocchine. La sede è un luogo di incontro e di passaggio di tante persone che hanno in comune la posizione politica di
rivendicazione dell'indipendenza del popolo saharaui dal Regno del Marocco, siano donne, lavoratori, pensionati, giovani.
Abbiamo quindi potuto incontrare gli ex-lavoratori della impresa di fosfato FOSBUCRAA, in lotta per il riconoscimento dei
salari persi nel passaggio dalla proprietà spagnola (Colonia, 1975) alla proprietà marocchina e del pensionamento obbligatorio
ai 55 anni con perdita di 10 anni di lavoro, imposto dalla nuova proprietà marocchina. Una rivendicazione economica che però
ha origine e si inserisce nella rivendicazione politica dell'autodeterminazione, come spiegherò in seguito. Abbiamo incontrato
ex-lavoratori di imprese spagnole, italiane, francesi del periodo coloniale che rivendicano diritti, ad oggi non riconosciuti e
chiedono assistenza e risposte per non rinunciare ad un'aspettativa di giustizia rimasta nel cassetto per oltre un trentennio.
Anziani che oggi vivono con pensioni da 20, 40 euro al mese, in povertà, che raccontano di aver fatto da guida nel deserto,
negli anni '40 e '50, agli europei che andavano in cerca di miniere da sfruttare, storie d'altri tempi, che raccontano come si
sono costruite le aziende e come si sono mal distribuite le ricchezze prodotte.
Pagina 1Abbiamo incontrato i rappresentanti delle associazioni dei diritti umani, persone che hanno in comune una storia di detenzioni
in luoghi segreti, desaparecidos, per periodi da tre a cinque anni, nella stessa città o regione di Laayoune, che oggi sono
impegnate per tutelare i diritti umani fondamentali, per denunciare la tortura, la repressione e le discriminazioni nei confronti di
chi esprime posizioni politiche sgradite alle istituzioni marocchine. Associazioni non riconosciute, che operano in un regime
quasi clandestino, nelle case, nei luoghi di lavoro, rischiando sulla propria pelle di tornare in carcere o di perdere il lavoro.
Trovano la forza ed il coraggio dalla loro esperienza diretta, dalla sofferenza fisica e psicologica subita , dagli anni persi nelle
carceri.
Abbiamo partecipato alla manifestazione degli ex-lavoratori della azienda di fosfato, portando la nostra solidarietà alla loro
lotta per il riconoscimento dell'indennizzo economico per il declassamento di categoria e del pensionamento anticipato
obbligatorio. Scoprendo una realtà molto più complessa e delicata di ciò che appare in superficie, visto che il conflitto che
coinvolge 634 ex-lavoratori e le loro famiglie, vede 540 di questi che hanno accettato la proposta di accordo, costruita dalle
autorità locali e dall'Impresa, mentre gli altri, si sono suddivisi in due gruppi, uno che chiede un indennizzo maggiore, ed uno
che viene additato come “separatista”, e che fa di questa rivendicazione, una rivendicazione politica di indipendenza, e non
negozia, vuole il 100% di quanto dovuto.
Partendo proprio da questo conflitto economico, la rivendicazione degli ex-lavoratori, oggi pensionati, dell'impresa di fosfato,
abbiamo potuto entrare entro al conflitto politico tra Marocco e Popolo Saharawi. Ciò che le autorità marocchine non volevano
che vedessimo o sentissimo, ce lo hanno servito su di un piatto d'argento.
Siamo stati ricevuti dal Governatore della Regione e dal Vice-Sindaco della città di Laayoune, in due incontri separati, con
tanto di giornalisti, consiglieri e televisioni locali. Entrambe i dirigenti sono saharaui, indigeni come si auto-definiscono, con
matricola di identificazione della colonia spagnola, ripetuto con ostentazione per dare maggiore forza e legittimità alle loro
parole e ed alla loro posizione. Entrambe, con toni diversi, molto formale e autoritario il Governatore, più dialogante e politico il
Vice-Sindaco, ex-sottosegretario alla Cooperazione Internazionale del Governo nazionale, più abituato a trattare con
delegazioni straniere, hanno ribadito l'attenzione delle istituzioni per la soluzione del conflitto tra gli ex-lavoratori e l'impresa
FOSBUCRAA, segnalando che l'accordo è vicino e che solamente un piccolo gruppo di ex-lavoratori “manipolati da una
persona per motivi politici” (nota: sarebbe il sindacato no riconosciuto CSTS) non è al tavolo del negoziato, portando
rivendicazioni politiche e non sindacali. Abbiamo potuto così ascoltare la posizione ufficiale, tutta tesa a dimostrare che la
maggioranza della popolazione saharaui è integrata e riconosce gli sforzi e l'impegno del governo marocchino nel campo
sociale ed economico, e che solamente una minoranza, manipolata e controllata dall'esterno, rivendica il “separatismo”. Le
stesse autorità incontrate si sono dichiarate appartenenti alla comunità saharaui, autoctoni ed indigeni saharaui ma integrati
nel Regno del Marocco. Ci hanno informati dell'esistenza e del ruolo del Consiglio Reale di Coordinamento per le Questioni
Saharaui (CORCAS), composto da tutta la comunità saharaui, sia governativa che di società civile, nel cui seno è stata
elaborata la proposta di “una ampia autonomia territoriale dei territori occupati saharaui” presentata formalmente dal Marocco
alle Nazioni Unite, affermando che questa è l'unica proposta percorribile e concreta per il popolo saharaui. Rispondendo alle
nostre domande di rispettare le decisioni delle N.U., di dar corso al referendum che questo non è possibile per stessa
ammissione della missione delle N.U. (MINURSO), per l'impossibilità di definire il corpo elettorale chiamato ad esprimersi.
Abbiamo incontrato, su iniziativa delle autorità e del prezioso lavoro dei servizi che ci hanno accompagnato in ogni
spostamento e ben informati della nostra agenda di lavoro, una donna saharaui, indicataci da uno “sconosciuto” ma quanto
interessato figuro che fermatoci di sera, nella hall dell'Hotel, ci ha consigliato di fissare un incontro, per il giorno successivo,
“..... prima della vostra partenza.... “, con questa signora “ …..... molto importante che vi vuole parlate e che sarà molto utile
Pagina 2per la vostra missione..... ”. Incontro fissato e quindi, alle otto e trenta, del mattino seguente, la signora era ad attenderci nella
hall, per farci conoscere la sua storia attraverso il racconto del dramma familiare. Una famiglia saharaui divisa, una parte nei
campi a Tinduf, per seguire il sogno della propria nazione, ed una parte rimasta a Layoune, sotto la repressione marocchina,
fino a quando, chi rientra a Layoune dai campi di Tinduf, racconta le violazioni dei diritti umani subite, il carcere,la tortura, ed
una vita oramai rovinata. Mentre, chi è rimasto, dopo aver subito un periodo di repressione e di galera, oggi, con la nuova
politica, vive bene, godendo dei servizi e dell'assistenza del governo, i figli vanno a scuola, e nessuno vive discriminazioni
alcuna.
Con la stessa modalità, abbiamo incontrato una delegazione di ex-lavoratori della impresa del fosfato, anch'essi su
indicazione delle autorità locali, hanno voluto far conoscere la loro versione dei fatti, riaffermando quanto già ascoltato dalle
autorità marocchine; che siamo vicini all'accordo finale, che questa è l'unica proposta possibile ed utile per recuperare una
parte di quanto gli spetterebbe, che dopo tanti anni è meglio questo accordo che niente, per lo meno recuperano un poco di
denaro e, soprattutto, un posto di lavoro per un loro figlio, e che loro non si occupano di politica, la loro è una sola ed
esclusiva rivendicazione economica, mentre gli altri (il gruppo dei 30, che fanno capo al CSTS) si sono isolati perché hanno
introdotto rivendicazioni politiche “separatiste”. Al nostro tentativo di provare a riflettere insieme se dietro il diritto individuale in
quanto lavoratori non ci fosse anche il diritto collettivo sui profitti derivanti dall'estrazione delle risorse naturali, il fosfato in
questo caso, nel territorio dell'ex-sahara spagnolo, in base al diritto internazionale ed alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite, non possono beneficiare lo “stato occupante” in quanto oggetto di un contenzioso tra due popoli,
riconosciuto internazionalmente, quindi, diritto individuale e diritto collettivo si intrecciano e diventano difficilmente divisibili e
risolvibili senza un reciproco condizionamento. La reazione è stata netta e ripetitiva “.. noi no ci occupiamo di politica, noi
siamo marocchini, le altre questioni non ci interessano.”. Chiaro, risposta giusta al posto giusto, “lesson learned”, che
sicuramente avranno apprezzato anche gli agenti in borghese appartatisi nel retro della sala.
Impressioni
Le impressioni che portiamo via, da questa breve visita, sono quelle di un contesto sociale in cui le istituzioni conquistano il
consenso alla propria causa con l'intimidazione ed il ricatto e non con il libero confronto. La cooptazione dei saharaui alla
posizione marocchina oggi sembra passare più per una strategia di distribuzione di benefici e privilegi, piuttosto che con atti
palesemente violenti, e repressivi, difficilmente gestibili a livello internazionale. Meglio offrire benefici individuali e una via
d'uscita ai problemi del quotidiano, a condizione di rinunciare alle rivendicazioni indipendentiste. Concessioni condizionate
all'adesione ad un progetto politico che possiamo sintetizzare nella proposta di autonomia territoriale, nella versione più
avanzata ed ottimista, negazione del diritto di autodeterminazione, come consacrato dal diritto internazionale proprio a seguito
del processo di de-colonizzazione degli anni '60 del secolo scorso, da cui deriva direttamente questo conflitto. Diritto
considerato come diritto non derogabile, appartenente a quel nucleo ristretto di diritti umani esigibili sempre e dovunque per
ogni essere umano, senza discriminazione alcuna che non può essere compresso ed eliminato con decisioni unilaterali, di
forza e di prepotenza da una delle parti in causa, pur essendo smisuratamente la più forte.
La storia moderna ci insegna che solamente tramite il ricorso al diritto internazionale ed al suo rispetto, è possibile risolvere i
conflitti tra popoli e nazioni, ricostruire un quadro politico dove la giustizia ed il riconoscimento dell'altro, permettono il
processo di riconciliazione, di convivenza , di reciproca sicurezza e quindi, di pace e di sviluppo. Altre strade possono
sembrare facili ma poi risultano impossibili, producendo situazioni instabili e di permanente militarizzazione. Agire dentro il
quadro della legalità e del diritto internazionale, costruendo le condizioni affinché siano donne ed gli uomini, in libertà,
Pagina 3possano scegliere come vivere il proprio futuro, è una conquista di tutti a cui ognuno di noi, ogni persona di questo pianeta,
non può rinunciare, per non perdere parte della propria libertà.
La strategia marocchina
Anche in questa vicenda la questione demografica gioca un ruolo fondamentale nella soluzione del conflitto. Dal passaggio
dell'amministrazione coloniale spagnola all'amministrazione marocchina, si è assistito ad una politica di nuova colonizzazione
ed insediamenti di popolazione dal nord del paese nella regione sahariana degli ex-territori spagnoli, con la precisa intenzione
di modificarne gli equilibri demografici a favore di abitanti aharaui. Questa strategia è ben riflessa nella vicenda dell'unica
grande azienda della regione, la FOSBOCRAA, dove gli operai sono passati da un quasi 100% di indigeni (saharaui)
all'attuale 18%.
L'accesso ai servizi, all'istruzione ed al lavoro, sembrano essere chiaramente essere delle opportunità che si aprono o si
chiudono a seconda dell'accettazione o meno da parte della persona o della famiglia saharaui nei confronti dell'autorità
marocchina. Dimostrando così che chi non accetta la sovranità del Regno del Marocco, considerata legittima ed originaria,
come affermato dal Governatore (saharaui) della regione, non ha educazione, ha più difficoltà di trovare un lavoro e se lo trova
è di basso livello e poco remunerato, viene considerato persona pericolosa. Un atteggiamento che fino alla fine degli anni '90
era affrontato dal regime con metodi repressivi e violenti, mentre, con l'avvento di Mohammed VI, succeduto nel 1999 ad
Hassan II, le testimonianze raccolte, da entrambe le parti, affermano che la strategia è cambiata, meno “bastone e più carota”,
ma senza cambiare l'obiettivo, anzi agendo con maggiore determinazione e cinismo. Un sistema ed un ambiente dove le
violazioni dei diritti umani, individuali e collettivi, sono quotidiani e sistematici, tesi a distruggere quella che potremmo definire,
non impropriamente, la resistenza civile del popolo saharaui, lavorando sul fattore tempo, sulla emarginazione, sulla riduzione
delle libertà di espressione, sulla discriminazione nei luoghi di lavoro, obbligando le persone a manifestare pena la perdita del
posto di lavoro o altre forme di ricatti e di ulteriori vendette.
Le stesse testimonianze che ci sono state fornite dalle istituzioni locali, recitavano un copione scritto da altri, forse il prezzo da
pagare per mantenere quanto ricevuto, un dramma nel dramma stesso, rompendo in modo profondo i legami e le relazioni
all'interno della comunità e delle famiglie saharaui.
L'enorme dispiegamento militare nella città e nella regione è un'altra componente della strategia di deterrenza e di controllo
della popolazione, raggiungendo una relazione tra militari e popolazione indigena, quasi di rapporto di 1:1, sottolineando la
difficoltà di avere dati attendibili e verificabili, visto che le parti in causa denunciano cifre diverse e non verificabili, visto che la
terza parte presente sul campo, la Missione ONU, si sottrae a rilasciare informazioni e dati che invece sarebbero utili, come
avviene con l'ufficio OCHA delle Nazioni Unite, in altri contesti, come la vicina Palestina.
Diritti individuali e diritti collettivi
Le testimonianze raccolte dai lavoratori dell'azienda di fosfato (FOSBUCRAA) denunciano le gravi discriminazioni su base
etnica; i lavoratori saharaui vengono destinati ai lavori più pesanti, mentre quelli marocchini, in maggior parte provenienti dalla
regione nord del paese, ricevono mansioni più leggere.
Nella fabbrica ci sono attualmente circa 2.400 lavoratori, di cui circa 400 sono saharaui.
Nel corso degli anni, dal 1976 ad oggi, si è passati da una stragrande maggioranza di lavoratori saharaui, ad una percentuale
minima del 18%. Una strategia chiaramente di sostituzione della mano d'opera locale, saharaui, con quella esterna,
marocchina, per dimostrare che la regione è occupata non più solamente dai saharaui ma da popolazione marocchina.
Pagina 4I lavoratori saharaui non possono organizzarsi in modo libero, con un proprio sindacato, e sono quindi costretti ad iscriversi ai
sindacati marocchini se vogliono avere una rappresentanza ed una tutela sindacale.
Queste denunce sono state in parte smentite dalle autorità locali che sostengono che non esistono più discriminazioni tra i
lavoratori, ne per gli inquadramenti, la carriera, le mansioni ed i salari, cosa che può essere accaduta nel passato ma non più
oggi giorno. Mente, invece, hanno confermato che l'organizzazione sindacale è riconosciuta solamente a livello nazionale e
non è prevista per legge il riconoscimento di sindacati territoriali o d'impresa, per cui i lavoratori saharaui se vogliono possono
aderire ai sindacati nazionali. Cosa che di fatto avviene, come ci è stato riportato dagli stessi lavoratori, ma non per libera
scelta, per costrizione.
Cosa possiamo fare ?
La nostra azione dovrebbe caratterizzarsi su due ambiti tra di loro coordinati e coerenti; quello della solidarietà e della
cooperazione e quello della denuncia e rivendicazione politica, a partire dal diritto di auto-determinazione del popolo saharaui,
al rispetto dei trattati, delle convenzioni e delle risoluzioni sottoscritte in sede Nazioni Unite, OIL e Unione Europea.
La solidarietà e la cooperazione è già ben impostata e seguita dalla rete di Progetto Sviluppo, con importanti azioni a favore
della popolazione residente nei campi di Tinduf, sostenendo progetti di formazione professionale rivolti a giovani e donne.
Assistenza Giuridica a distanza
Una ulteriore azione di cooperazione potrebbe essere attivata a favore della popolazione saharaui residente nei
territori occupati, organizzando un sistema di assistenza e di consulenza giuridica a distanza per dare risposte ai
contenziosi derivanti dal passaggio dall'amministrazione spagnola quella marocchina, in temi di diritti pensionistici,
indennità per prestazioni lavorative, o quant'altro venga sollevato dalla popolazione residente che non ha alcuna
assistenza o istanza a cui rivolgersi.
Questa azione potrebbe essere assunta in forma consortile dai sindacati che hanno partecipato alla missione per
essere trasformata in progetto e quindi essere sottoposta al co-finanziamento della UE (Linea EIDHR) e coordinarsi
con il lavoro del Dipartimento Diritti Umani della CSI.
Sul versante politico le azioni principali da promuovere e sostenere sono:
• l'ampliamento del mandato della missione ONU per il monitoraggio dei diritti umani;
• la richiesta di una commissione indipendente che verifichi quanto è accaduto nel Campo di Gdeim Izik tra ottobre e
l'8 di novembre, la identificazione degli arrestati e le condizioni degli stessi;
• il richiamo al rispetto del diritto internazionale da parte del regno del Marocco; vedi,
• . divieto di sfruttamento di risorse naturali, compresa la pesca, da parte delle potenze occupanti,
dai territori occupati, e come prevedono le Convenzioni Internazionali a partire dalla Convenzione di
Ginevra ;
• proibizione di costruzione di infrastrutture civili e modifiche strutturali nei territori considerati
occupati, sulla base delle risoluzioni del C.di S. dellea Nazioni Unite;
• il richiamo al rispetto della Convenzione Europea sui Diritti Umani (CEDU) da parte della UE nell'intraprendere e/o
confermare accordi commerciali e/o di altra natura on il Regno del Marocco; vedi;
Pagina 5• Art. 2 dell'Accordo di Associazione, o clausola per il rispetto dei Diritti Umani;
• accordo commerciale sulla Pesca nel mare corrispondente ai territori contesi dell'ex-colonia
spagnola o Sahara Occidentale;
• il richiamo alla CSI per un'azione di denuncia delle violazioni dei diritti fondamentali del lavoro, in sede OIL, avendo
il Marocco sottoscritto le più importanti Convenzioni sul lavoro; vedi;
• libertà di associazione;
• discriminazione per appartenenza etnica;
• Dare continuità al percorso avviato nel 2005 con la Conferenza Sindacale tenutasi a Roma, in CGIL, che ha visto
la partecipazione dei sindacati europei, saharaui e marocchini, per promuovere il dialogo e punti di convergenza,
interessi comuni, tra le parti in conflitto; azione indispensabile per la costruzione di condizioni di risoluzione pacifica
del conflitto e per mettere le basi per una futura convivenza, nel rispetto dei diritti individuali e collettivi, e delle
aspirazione delle due parti;
• Rafforzare la collaborazione con le organizzazioni sindacali marocchine e della regione del Nord Africa e del Medio
Oriente, per sostenere i processi di democratizzazione, di conoscenza e di insediamento dei diritti umani, della
diffusione della cultura dei diritti fondamentali del lavoro, delle libertà individuali e della democrazia nelle diverse
forme politico-sociali che ogni società esprime per storia e cultura.

Roma, 27 gennaio 2011
Sergio Bassoli
Dipartimento Internazionale
CGIL

lunedì 31 gennaio 2011

NOTIZIARIO SAHARAWI 2011 by saharawi.omar


Gennaio 2011 Anno 1, Numero 1 Notiziario Saharawi
Sommario
• Il Presidente Abdelaziz
lancia una proposta.
pag. 1
• Conferenza d’Algeri.
pag. 1
• Protesta degli avvocati
difensori dei Saharawi.
pag. 2
• Diario di una violenza
quotidiana.
pag. 2,3
• Nuovi documenti su
Gdeim Izik.
pag. 4
• Accuse sempre più dure
alla Spagna.
pag.4,5
• Il Marocco ammette
delle responsabilità.
pag. 5
• Da Wikileaks accuse a
Spagna e Marocco.
pag.5
• L’Europa distoglie ancora
lo sguardo. pag.6
• Risposta all’Interrogazione.
pag 6
• Brevi. pag 6
• Hanno detto… pag 7
Redatto da
Gianfranco Brusasco
Impaginazione/grafica
Giovanna A. Stasi
Numero chiuso il:
25.01.2011



Il Presidente della RASD Mohamed Abdelaziz, in una serie di interviste e dichiarazioni alla fine del 2010, a 50 anni dalla dichiarazione ONU che ne sanciva l’indipendenza, nel quadro della fine del colonialismo, e a 35 anni dalla proclamazione della RASD ed a 20 dal cessate il fuoco, che doveva preludere
al referendum per l’autodeterminazione, il Marocco fa capire di considerare questa ipotesi, voluta e confermata da decine di Risoluzioni ONU, ormai irrealizzabile,sostituendola con quello della ‘autonomia regionale’, viceversa respinta dal Polisario, dai Paesi vicini, quali Algeria e Mauritania, dalla maggioranza dei Paesi dell’Africa (di cui la RASD fa parte) e da un numero crescente di Paesi di tutto il mondo. Abdelaziz ricorda innanzitutto che la Risoluzione ONU 1514, che proclamava la fine del colonialismo ed il diritto di tutti i popoli all’indipendenza, è stata la premessa per l’indipendenza e sovranità di decine di popoli, ma non del suo. Le celebrazioni di questo anniversario ad Algeri, sono l’occasione per rimettere la questione saharawi al centro dell’attenzione internazionale. Dal 2007 si svolgono i colloqui Polisario - Marocco, voluti dall’ONU. Mentre Rabat non considera più l’opzione Referendum, noi abbiamo

Il Presidente Abdelaziz lancia una nuova proposta


Siamo disposti ad un’ulteriore concessione: se serve per arrivare alla pace,
congeliamo la RASD.dichiarato di accettare di includere quella dell’autonomia tra le proposte da sottoporre a referendum. Ma ora siamo disposti ad un’ulteriore concessione: se serve per arrivare alla pace, siamo disposti a congelare la RASD e metterla tra parentesi. Contemporaneamente il Marocco dovrebbe rinunciare alla pretesa di esercitare l’autorità sul Sahara Occidentale. Il popolo deve poter scegliere il suo futuro: se vince l’indipendenza siamo pronti a discutere di tutto: questione economica, strategica e di sicurezza. Il Marocco ha attaccato il campo di Gdeim Izik otto ore prima (col cambio di fuso orario) dei colloqui a New York e noi abbiamo valutato che sia stato calcolato apposta per spingerci ad abbandonare ed accusarci di averlo fatto. Era unatrappola e l’abbiamo sventata. La gente, oggi,hapoca fiducia nell’ONU, che non protesta neppure, mentre Rabat dice che il Referendum non si farà. La MINURSO è stanziata a 12 Km dal luogo del massacro e non ha fatto nulla per fermarlo, né dopo per indagare. Si pensa che l’ONU sia complice del Marocco. Il popolo saharawi si deve difendere, difendere le proprie donne ed i propri diritti. L’ONU deve sentire la pressione del popolo
saharawi. In 30.000 sono fuggiti nel deserto per sottrarsi alle repressioni, vivendoci fino allo sgombero forzato. Il Marocco è in malafede, altrimenti accetterebbe la commissione d’inchiesta internazionale. La Conferenza di Algeri: il
Sahara al centro L’Algeria ha invitato delegazioni da tutto il mondo a celebrare i 50 anni della Risoluzione 1514 che nel 1960, ha proclamato il diritto di tutti i popoli all’autodeterminazione, mettendo fine al colonialismo. Molti presenti erano capi di Stato e di Governo, protagonisti della lotta per la liberazione ed i loro figli (Kaunda, Nguyen Thi Binh, Lumumba, Jean Ping, ecc.). Il centro della Conferenza non poteva non essere l’unico caso non risolto, quello del Sahara, assieme a quello
della Palestina. Significativamente il documento finale accomuna i due casi; è stato approvato tra gli altri, dal Presidente della Commissione dell’Unione Africana e dal Segretario Generale della Lega Araba.

Notiziario Saharawi Pagina 2 di 7


Il 31dicembre ultimo scorso, gli avvocati difensori dei sette militati dei diritti umani del cosiddetto gruppo di Casablanca emettevano un comunicato per affermare che, visto il clima in cui si erano svolte le prime tre sedute del processo, in un ambiente carico di tensione e sotto presidio militare della stessa aula, con palesi tentativi di escludere osservatori internazionali, in un quadro che mette in dubbio il diritto alla difesa, attentando al prestigio della Corte stessa e di una giusta difesa, con esplicite minacce anche all’integrità fisica dei difensori, degli accusati e delle loro famiglie, nonché degli osservatori, si vedevano costretti a rinunciare alla difesa stessa. I difensori sollecitano il Ministro della Giustizia ed il Presidente dell’Associazione marocchina degli Avvocati per il ripristino Gli avvocati difensori dei « sette di Casablanca» abbandonano per protesta : « impedita la difesa » delle condizioni necessarie alla celebrazione del processo, nelle seduta prevista per il 7 gennaio, quando, però, la Corte disponeva un nuovo rinvio, data la mancata conferma del ricevimento della convocazioe da parte dei quattro a piede libero. Tra gli elementi di turbamento del clima, la difesa segnala la richiesta di iscrizione come parti civili di associazioni cuturali, sportive, ecc. marocchine, che sostengono che le loro attività sarebbero a rischio a causa dell’attivismo saharawi. Nel frattempo un decreto del Tribunale aveva respinto la
richiesta di libertà provvisoria per i soli tre del gruppo, ancora in carcere, dal momento dell’arresto, nell’ ottobre del 2010. La sola donna del gruppo era stata messa in libertà provvisoria a gennaio per ragioni di salute, altri tre, a maggio erano stati assegnati agli arresti domiciliari. Poi, come detto sopra, nella seduta del 7 gennaio, la stessa Corte decideva un nuovo rinvio per esaminare le richieste della difesa sulla situazione ambientale. Riconvocata la seduta, ancora una volta la Corte rinviava di una settimana il processo. Successivamente viene confermato che la sentenza sarà emessa entro la fine del mese di gennaio. A El Aayun, intanto, un altro
processo a imputati saharawi ha avuto luogo senza l’assistenza dei difensori di fiducia, che denunciano la violazione dei diritti della difesa, a causa del fermo e poi dell’espulsione di due avvocatesse spagnole giunte, per fare da osservatrici. Tra le due espulse si trovava la ben nota Ines Miranda. Diario di una ordinaria violenza quotidiana Misteriosa morte a El Aayun Le azioni repressive, provocatorie, intimidatorie e violente sono un fatto pressoché quotidiano nei Territori Occupati. Le notizie, spesso incomplete, si susseguono pressoché giornalmente e non vale la pena di darne le date esatte, anche perché a volte i particolari seguono in giorni successivi. Quasi tutta la documentazione su arresti, detenzioni, processi, maltrattamenti risale al Collettivo dei Difensori dei Diritti Umani, che vaglia ogni denuncia e segnalazione, -19 saharawi detenuti nel carcere di Salé, in attesa di processo presso il Tribunale militare, mostrano a due avvocati del Collegio di Agadir, i segni delle torture,cui sono sottoposti, denunciando le sistematiche violazioni dei loro diritti. A seguito della denuncia, l’intero gruppo é sottoposto a isolamento. -Un giovane viene arrestato e deferito a giudizio per i fatti di Gdeim Izik, ma senza accuse specifiche. La sorella, che cercava notizie al Commissariato di Bourjador, viene fermata ed interrogata per varie ore, senza alcuna garanzia legale; - Altri 8 Saharawi, interrogati da Giudici istruttori per le stesse accuse, solo dopo 60 giorni di prigione. Uno degli otto, un uomo di 34 anni, denuncia a sua volta, di essere stato picchiato da quattro carcerieri.

- Ancora sei arresti all’inizio di gennaio, due mesi dopo i fatti e altrettanti nelle Feste di fine Anno. Il numero delle liberazioni, continua ad essere inferiori alle nuove catture. - Sei donne detenute nella prigione nera di El Aayun, aggredite da prigioniere marocchine, aizzate dalla stessa direzione del carcere, che, poi, infligge alle Saharawi l’isolamento totale, anche telefonico.


Segue a pag. 3

Notiziario Pagina 3 di 7 Saharawi
continua da pag. 2



- Una ragazza, arrestata al ritorno dal Festival della Gioventù in Sud Africa, due accompagnatici picchiate dalla polizia di confine. -Tre Saharawi, già inquisiti una prima volta, poi scarcerati, vengono nuovamente presi all’uscita di una caffetteria, senza che la polizia voglia confermare la notizia, raccolta tra i testimoni oculari. -Quattro detenuti saharawi sono nell’ospedale militare, senza ricevere alcuna cura per le ferite inflitte loro a El Aayun, ma anzi sono tenuti incatenati alle brande, in attesa del rinvio a giudizio. -A fine novembre, in varie località dei Territori Occupati, si svolgono veri e propri raid coordinati di militari e coloni marocchini contro istituti Trentadue giovani saharawi sono riusciti ad attraversare, la notte dell’Epifania, il braccio di mare che separa le coste del Sahara Occidentale occupato dai Marocchini e giungere, dopo una traversata di 17 ore, nell’isola Canaria di Fuerteventura, su un barcone di piccola stazza. Tutti hanno dichiarato Tentativi di mettersi in salvo culturali e scolastici saharawi, con parecchi feriti tra i presenti, devastazioni di locali, distruzione di materiali didattici. Molti studenti costretti a rifugiarsi a casa, per salvarsi



-L’episodio più grave rigurda l’uccisione di un giovane saharawi, per colpi d’arma da fuoco, mentre gli venivano controllati i documenti da una pattuglia, appena uscito da un cybercafé ad El Aayun, alle 2 di notte. La polizia parla di un colpo accidentale, su cui non fornisce spiegazioni, ma fonti Saharawi affermano che i colpi sono stati due. A Gdeim Izik solo una sorella, ora latitante, era stata attiva nella protesta. Il giovane ucciso aveva 26 anni, una laurea in economia, ma non un passato da militante. Egli, colpito alla testa, é deceduto dopo alcune ore in ospedale. -Il Ministero degli Esteri del Governo di Rabat emette una dichiarazione che, in modo esplicito, non esclude l’uso della forza, né quello della tortura, nei confronti « di chi attenta agli interessi superiori del Paese, in una situazione in cui vige lo stato di guerra ». -Un attivista assediato in casa a Dakhla, da forze speciali, mentre riceve due osservatori stranieri : tolta la luce per impedire riprese e registrazione. -Iniziano processi per i fatti di Gdeim Izik, dopo due mesi di istruttoria, contro due gruppi di 10 e di 8 attivisti.

- Nuovo arresto nella città di Boujdour, mentre il noto attivista Hasanna Aalla è liberato, dopo 10 ore di interrogatorio. l’intenzione di chiedere asilo politico. Più di metà dei profughi erano reduci dallo smantellato Campo di Gdeim Izik. Un secondo battello, é stato intercettato e messo in salvo dalla Guardia Civile spagnola. A bordo vi erano 29 persone, di cui 23 si dichiaravano minorenni appartenenti alle"Un giovane ucciso a colpi d’arma da fuoco all’uscita di un cybercafè”. varie tribù saharawi, cosa che si sta cercando di appurare. Forse in seguito a questi episodi, una nave pattuglia marocchina blocca per ore un racer della regata internazionale Barcelona World Race Altre provocazioni marocchine Monta una polemica, come al solito provocata dal Marocco, che sostiene il ritrovamento di armi in quella che Rabat chiama « zona tampone », ma che é, in realtà, parte dei Territori liberati dalle FFAA saharawi, e dove, da allora, nessun militare marocchino può penetrare. E’ un nuovo miserrimo tentativo di collegare la lotta del popolo saharawi a fenomeni di terrorismo internazionale, che sono, da sempre, respinti dalle autorità e dal popolo saharawi, mentre , al contrario, sono radicati proprio nel Regno.

La RASD ricorda anche che, in virtù degli Accordi per il cessate il fuoco, l’area suddetta é sottoposta al controllo degli osservatori internazionali della Missione ONU della MINURSO, per cui nessuna attività sospetta può avervi luogo, senza che questa sia segnalata e verificata sul terreno. Perciò occorre che cessino le provocazioni marocchine, sempre smentite dai fatti.

Notiziario Saharawi Pagina 4 di 7


Continuano prese di posizione, produzione di documentazione e testimonianze sugli avvenimenti dell’ inizio di novembre u.s . nel Campo di Gdeim Izik e nella città di El Aayun. Amnesty International sembra prendere per buona la ricostruzione ufficiale marocchina, per cui le vittime sarebbero 13, di cui 11 tra le forze dell’ordine ed appena due tra i dimostranti, basata anche su documentazione fotografica, subito dimostrata falsa dai numerosi fotografi presenti in loco e che hanno vagliato a fondo tutte le circostanze e le denuncie dei testimoni. Strana questa accettazione, da parte di Amnesty, che, comunque,ammette oltre 200 arrestati, di cui almeno 130 già rinviati a giudizio, con segni di torture e violenze varie. In sostanza Amnesty elenca le violenze, ma non le mette sotto esame, al contrario di quanto fanno,separatamente, Human Rights Watch, una missione di Rappresentanti spagnoli delle Canarie (però espulsa quasi subito), una di Trinity’ Eyes. Intanto, alcune ONG Basche presentano alla Camera di Istruzione del Tribunale di Madrid, querela contro oltre 10 ufficiali marocchini, in posizione di Comando nell’Esercito e nella Gendar- Nuove prese di posizione e documentazioni sull’attacco a Gdeim Izik Settantatre docenti di diritto internazionale di 32 Università spagnole, coordinati dai prof. J.S. Liceras e J.M. Ortega Tirol, hanno prodotto un nuovo studio, dopo l’attacco al Campo di Gdneim Izik, documentando ulteriormente le gravi violazioni dei diritti umani e di quello internazionale, da parte del Marocco,ma anche le responsabilità della Spagna, che non fa Accuse sempre più dure alla Spagna Un nuovo studio di giuristi " Presentata un’accusa contro 10 alti ufficiali marocchini per i fatti di Gdeim Izik”. " Se non si condanna la violazione di un diritto,ciò equivale ad approvarne la violazione." meria, per « delitto continuato di tortura e genocidio, secondo un piano continuato per giungere allo sterminio di tutto il popolo saharawi ». Il Gruppo Parlamentare Die Linke del Bunestag tedesco chiede una inchiesta internazionale sui fatti dell’8 novembre. Il Tribunale internazionale dell’Infanzia colpita dalla guerra e dalla povertà (sezione del Tribunale internazionale contro i crimini di lesa umanità e genocidio), condanna il Marocco ed il suo Esercito per sterminio, a causa dell’azione esercitata contro il Popolo saharawi. Al contrario, continuano i riconoscimenti internazionali ad esponenti della lotta del Popolo Saharawi. Il Messico conferisce l’ennesimo premio ad Aminatou Haidar, il Caballo de Troya de Guacales, nel giorno della celebrazione della Donna Rivoluzionaria, conferito dalle quasi 400 veterane superstiti della Rivoluzione Messicana. Il quotato supplemento de El Pais semanal, di solito attento a non provocare problemi al Governo Zapatero, nell’ultimo numero dell’anno scorso, inserisce tra le 100 personalità mondiali del 2010, l’ avvocato Ines Miranda, difensore in prima linea della causa saharawi e di Aminatou Haidar, in particolare. La Miranda viene chiamata « l’anima del deserto ». L’Associazione Spagnola per i Diritti Umani ha assegnato il Premio per l’anno 2010 ai Sette Militanti del Cosiddetto Gruppo di Casablanca. I viaggi attraverso il muro, per permettere alla famiglie separate di incontrarsi, stanno per riprendere, sotto l’egida del Commissario ONU per i rifugiati ed il controllo della MINURSO. Decine di migliaia erano stati gli scambi realizzati, prima che il Marocco li bloccasse, ma ancor di più sono quelli prenotati. La quarta tornata dei colloqui diretti informali tra rappresentanti del Polisario e del Regno del Marocco, sotto auspici ONU, è calendarizzata presso New York per il 21-22 gennaio. Si profila ancora una posizione ostruzionistica del Marocco, ma la RASD mette in guardia il Consiglio di Sicurezza sui rischi di un fallimento e giudica i colloqui alla vigilia del collasso. Se non finisce la repressione nei territori occupati, i negoziati sono destinati a fallire . nulla per impedirlo, pur mantenendo de iure tale responsabilità, in quanto potenza amministratrice, che non aveva alcun diritto di trasmettere tale onere al Marocco, tanto é vero che neppure la Spagna, né il suo più stretto alleato – Francia - hanno mai riconosciuto, de iure, l’occupazione marocchina, anche se, di fatto, girano la testa dall’altra di fronte ai casi più clamorosi ed ai crimini più gravi. Quanto all’affermazione dei Governi socialisti spagnoli di voler mantenere una posizione di « neutralità attiva », questa, nel campo delle violazioni dei diritti, non esiste : se non si condanna la violazione di un diritto, ciò equivale ad ap poggiare tale violazione. Tanto più che la Risoluzione ONU 1514,


segue a pag. 5

Notiziario Pagina 5 di 7 Saharawi


Continua da pag. 4 ‘Un nuovo studio di giuristi’ Del 1960, su cui si basò gran parte del processo di decolonizzazione, esclude senza ombra di dubbio che la questione del Sahara sia una questione interna marocchina e non una tappa (l’ultima) della decolonizzazione. Alla sua prima vittoria elettorale
Il quotidiano La razon documenta che nei primi sei mesi del 2010, la Spagna ha venduto al Marocco armi per 4 milioni di Euro. Una ONG, basandosi sui dati Ancora armi dalla Spagna al Marocco PSOE affermò che la politica estera sarebbe stata basata sui principi etici, mentre ora sembrano prevalere gli « interessi nazionali ». Ora poi, se è soprattutto il veto francese [in sede C.S. ONU] ad impedire il referendum, UE ed ONU si limitano a «deplorare » a situazione. Al contrario, nessuno potrà accusare il popolo saharawi di non aver esplorato tutte le strade per porre fine, pacificamente, alle sue sofferenze. ufficiali dell’Agenzia Tributaria, rileva anche che, sempre nei primi sei mesi dell’anno scorso, sono raddoppiate le vendite, rispetto al 2009, specie verso Paesi in flagrante sospetto di violazioni umanitarie. Tra gli altri, la denuncia riguarda, oltre al Marocco, Arabia Saudita, Turchia e Thailandia. "Fonti diplomatiche britanniche: ill Marocco ha avuto una gestione disastrosa di tutta la vicenda di Haminatou, un anno fa. " Il Marocco ammette delle responsabilità Secondo affermazioni di AFAPREDESA nel Governo Marocchino starebbe emergendo una posizione disponibile ad accettare le conclusioni del ‘’Comitato per l’equità e la riconciliazione’’, organismo creato a suo tempo per favorire la democratizzazione del Marocco e la riconciliazione nazionale. Un suo rapporto afferma che su 640 casi di morti per tortura tra il 1958 ed il 1992 ben 352 sono Saharawi, compresi bambini, donne e donne incinte. Per la prima volta una breccia si apre nel muro del silenzio. Il Governo saharawi si augura che analoghe ricerche siano fatte anche per il periodo successivo.
Assalto al PSOE Valenciano La sede principale del Partito Socialista Spagnolo nella città di Valencia, é stata oggetto di una protesta, con una breve occupazione da parte di attivisti saharawi, contro il « genocidio consentito » dal Governo iberico a quello del Marocco, « che assassina, mentre la Spagna lo assiste ». Dopo un minuto di silenzio dinanzi ad un manifestante che, coperto dalla bandiera saharawi simulava di essere stato ucciso, la manifestazione si é sciolta senza incidenti. Durissime accusa al Marocco ed alla Spagna da Wikileaks Decine di pagine di documenti riservati, dei vari Governi e delle fonti diplomatiche, specie del Dipartimento di Stato USA, ora reperiti e resi noti, sono dedicate da Weakileaks anche alla vicenda del Sahara Occidentale. Molte le accuse documentate, con ricchezza di esempi e profondità di analisi, contro il comportamento della giustizia marocchina, ma severe anche le accusecontro esponenti e funzionaridel Governo Zapatero, che avrebbero diretta mentecollaborato con Rabat nella stesura dei progetti per una larga autonomia da concedere al Sahara, ma sotto sovranità marocchina, secondo il cosiddetto « modello della Catalogna ». Anzi, molto peggio, dato che il progetto escludeva addirittura « l ’uso di bandiera e simboli saharawi », che, invece, in Catalogna sono ben visibili! Inoltre il Governo Zapatero avrebbe ripetutamente cercato di escludere il Polisario, per arrivare a trattative dirette Marocco-Algeria, tanto da ricevere l’accusa dal Presidente algerino Bouteflika di disonestà nei confronti dei Saharawi. Il suo equivoco atteggiamento apre continui varchi alle provocazioni marocchine. Dopo la strage di Gdain Izik il Governo di Rabat se ne é uscito con la seguente sparata : dato che Madrid ammette la cittadinanza spagnola dei Saharawi, e che questi, in fondo, sono poco numerosi, potrebbe accoglierli tutti in un insediamento alle Canarie. In particolare, un documento del Dipartimento di Stato USA demolisce punto per punto tutto l’armamentario della propaganda marocchina:la RASD é un Paese aperto e tollerante, non é un prodotto della guerra fredda; il Territorio controllato dal Fronte Polisario é sicuro, in esso non c’é spazio per presenze di gruppi islamisti e terroristi, la lotta é condotta a fondo contro islamisti, trafficanti di armi e di persone. Al contrario la pretesa supremazia delle Forze armate reali marocchine é un falso: sono deboli, impreparate, disorganizzate, inadeguate, una vera e propria tigre di carta. Anche numerosi documenti di origine britannica, resi noti recentemente da Wikileaks, sottolineano che il Marocco avrebbe tenuto una gestione disastrosa di tutta la vicenda Haminatou, un anno prima.

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Saharawi L’Europa distoglie ancora lo sguardo La Commissione europea non ci ha messo molto a dimenticare i tragici fatti di Gdain Izik e di El Aayun e la repressione scatenata contro i Saharawi appena due mesi fa, l’8 novembre scorso, prendendo per buone le giustificazioni di Rabat, respinte daOrganismi internazionali ;ONG, il Parlamento Europeo stesso. Ma si sa che molti Governi europei considerano i rapporti con Rabat di importaza strategica per la UE stessa.

Così il Marocco si sente spalleggito ed autorizzato a qualsiasi nefandezza. Ecco, quindi, che la Commissione presenta al Parlamento la richiesta di ratificare tre Accordi di carattere commerciale, tra cui la completa liberalizzazioe dell’ingresso
in Europa dei prodotti ortofrutticoli marocchini.
Anche per la pesca, da sempre oggetto di forti critiche, la Commissione vorrebbe la ratifica del nuovo Accordo, con una limitazione non ben chiarita che riguarderebbe l’esclusione dall’Accordo stesso, delle acque atlantiche considerate pertinenza del Sahara Occidentale. Resta da vedere quale sara’ la reazione, a queste proposte, di quel Parlamento che, meno di due mesi fa, si era nettamente pronunciato, quasi all’unanimità, contro la repressione marocchina nelle due localita’ e dove, già si levano molte voci di protesta. Potrà dimostrarsi altrettanto cieco, sordo e smemorato? Il Governo risponde all’interrogazione Motta-Grimoldi Il sottosegretario Mantica ha risposta all’interrogazione presentata dai deputati Motta (PD) e Grimoldi (Lega Nord) sui fatti del Campo di Gdeim Izik.Egli ha burocraticamente ripercorso le tappe del conflitto, limitandosi a ribadire l’appoggio italiano all’azione dell’inviato ONU Ross e alla presenza della MINURSO, felicitandosi per l’accordo che permette la ripresa delle visite alle famiglie dai due lati del muro. Egli ha ribadito ‘’la preoccupazione’’ espressa dal Ministro Frattini e l’auspicio che la ripresa dei colloqui diretti porti ad una soluzione pacifica che scongiuri ulteriori spargimenti di sangue. L’Italia - prosegue Mantica- saluta la decisione del Parlamento Europeo di chiedere un’inchiesta ONU sui fatti. Mantica termina con enerici riferimenti all’aiuto umanitario, mescolando confusamente aiuti del WFP, quelli dell’Italia, sempre più inadeguati e quelli delle ONG italiane. Poi la risposta si dilunga su presunti progressi del Marocco nel campo dei diritti umani. La deputata Carmen Motta esprime delusione per lo scarso coraggio della risposta, tranne che per il riferimento al voto al PE e denuncia una nota dell’Ambasciata marocchina a Roma che accusa l’Algeria di aver manipolato l’informazione della stampa italiana, a scapito dell’amicizia italo-marocchina. La Motta infine auspica un maggiore impegno italiano per il rispetto dei diritti umani nel Sahara occupato e per la realizzazione del Referendum sull’autodeterminazione. " Chiediamo che alla MINURSO sia affidato il controllo del rispetto dei diritti umani nel Sahara occidentale." Brevi Nulla di fatto nei colloqui. Ancora una volta nei colloqui diretti Polisario- Marocco non si è avuto alcun risultato. L’inviato ONU Ross ha detto che le parti hanno continuato a non prendere in conto le proposte altrui. In particolare il Marocco rimane fermo alla proposta dell’autonomia. Il Polisario accusa il Regno di preoccuparsi soprattutto di mantenere il controllo sulle risorse minerarie. Il Presidente Abdelaziz chiede di nuovo che l’ONU verifichi la situazione degli scomparsi dopo i fatti di Gdeim Izik ed El
Aayun. Dichiarazioni di sostegno alla causa del popolo saharawi sono state emesse, dopo i fatti di Gdeim Izik dai partiti italiani Rifondazione Comunista e Sinistra, Ecologia e Libertà. Il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Crowley, riafferma che gli Stati Uniti appoggiano la posizione ONU nella ricerca di una soluzione pacifica nel Sahara occidentale. Iniziati, con la riunione di un’apposita Commissione, i preparativi per la celebrazione del 35° Anniversario della proclamazione della RASD. Le iniziative si svolgeranno in due parti, la prima a Smara, da cui partirà l’11° edizione della SaharaMarathon e la seconda a Tifariti,dove avranno luogo la solenne parata militare e le iniziative culturali. Il Polisario saluta la vittoria nel Referendum nel Sudan meridionale ‘’degli ideali di democrazia, giustizia e pace e lo scacco delle proposte contrarie alla volontà dei popoli’’.

Notiziario Pagina 7 di 7 Saharawi
Hanno detto…

Dal 1975 i bambini Saharawi vivono in grandi tendopoli negli accampamenti nel deserto in Algeria, dove si sono rifugiati i loro genitori per scappare all’invasione del Sahara Occidentale ad opera dell’esercito marocchino. Avevano case, scuole e università, campi da calcio, ospedali, fabbriche dove lavoravano i loro padri. Ora improvvisano giochi senza giocattoli tra le dune del deserto, studiano in baracche fatte con mattoni di fango e per risparmiare i quaderni scrivono tutto a matita per poi cancellarlo, dormono in tende e baracche sovraffollate, calde di giorno e fredde di notte, perché non hanno più la loro casa.
Se sono malati gravemente, di qualcosa che non si può curare in un’infermeria da campo, devono essere accolti da un paese straniero; se vogliono studiare per avere un’opportunità in più per far crescere il loro popolo, e magari insegnare, devono contare sulla ospitalità di un altro; non conoscono il significato della parola “vacanza” o “abiti nuovi” se non c’è qualcuno che generosamente glieli regala. Nel frattempo, fra tutte queste difficoltà, senza prospettive di autonomia o libertà, quei bambini del 1975 sono diventati a loro volta genitori.

E se non facciamo qualcosa per sbloccare il prima possibile questa situazione diventeranno anche nonni nel deserto algerino. Impegniamoci quindi in prima persona perché questi bambini abbiano un futuro diverso, perché questi rifugiati figli di rifugiati abbiano al più presto una casa, la loro casa, dove vivere, crescere e giocare.


Carla Fracci, ex étoile della Scala di Milano,
Assessore alla Cultura Provincia di Firenze
Ambasciatrice Buona Volontà FAO

sabato 29 gennaio 2011

Donne, vecchi e bambini saharawi ecco la lista dei desaparecidos


UNA TRAGEDIA NASCOSTA

Donne, vecchi e bambini saharawi ecco la lista dei desaparecidos

Un documento tenuto a lungo segreto rivela la sorte di centinaia di persone scomparse dal 1958 al 1992 nel Sahara Occidentale. E si scopre che in carcere sono morti anche adolescenti e neonati. Dure critiche dalla comunità internazionale al governo marocchino
di LUCIO LUCA
Rifugiati saharawi in un campo profughi
ROMA - La lista è spuntata a sorpresa, forse per errore, su un sito vicino al governo di Rabat: quello del Royal Advisory Council for Human Rights (CCDH), una istituzione creata per scoprire le violazioni dei diritti umani e promuovere la riconciliazione nazionale. Un elenco dettagliato, terribile, tenuto nascosto per decenni e destinato, probabilmente, a restare segreto per sempre. Perché contiene nomi e storie dei desaparecidos saharawi, 352 persone arrestate e sparite nel nulla dal 1958 al 1992, combattenti del "popolo del deserto" che lottavano per l'autodeterminazione e la sopravvivenza stessa di una comunità che vive in condizioni drammatiche. "Il documento della vergogna", lo definisce il giornalista Malainin Lakhlal, in questi giorni in Italia grazie a un programma di aiuti umanitari portato avanti dal Cisp (Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli), la regione Emilia Romagna, il Comune e il Polo didattico scientifico di Forlì.

Sono un migliaio i nomi riportati nella lista, 352 dei quali, come detto, saharawi. E decine sono anche le storie di vecchi, donne e bambini di cui non si sa niente ormai da più di trent'anni. Bambini, sì. Anche loro. Adolescenti, ma anche neonati portati via insieme alle madri e morti nelle carceri lager di Agdez e Kalaat Magouna: "Due penitenziari dell'orrore", li definisce Lakhlal, segretario dell'Unione Periodistas y Escritores Sahrawi (Upes).
Nelle carte si parla di 115 bambini finiti in carcere, 14 dei quali morti dietro le sbarre. C'è Aziza Brahim Sid, catturata con la madre nel 1976 - un anno dopo la "gloriosa" Marcia verde dell'esercito di re Hassan II - Era appena nata, non riuscì a resistere al freddo e morì di stenti ad appena tre o quattro mesi. Reguia Zahou, invece, aveva 13 anni quando i militari assaltarono il villaggio nel quale viveva insieme al fratello Mohamed e alla sorella Safia. Dopo sette mesi le sue condizioni di salute si aggravarono, con ogni probabilità anche lei morì in carcere. E anche di Mohamed e Safia da quel giorno non si è saputo più niente.

El Walid Belgadi Mahfoud aveva soltanto due anni nel 1977, quando fu portato in carcere insieme a tutta la sua famiglia. Rimase in una cella buia della base militare di Smara. Qualche tempo dopo la madre venne rilasciata, ma il bambino era già deceduto da mesi. E poi Mustapha, Abderrahman, Mohamed, Horma, Taleb, Brahim, Bachir: nomi diversi, storie tutte tremendamente simili. Piccoli rubati all'adolescenza e morti dietro le sbarre senza aver mai capito il perché.

Nella lista i nomi di almeno undici donne, tredici giustiziati dalla Corte marziale subito dopo la "Marcia verde" e centinaia di desaparecidos per i quali, da anni, le ong di tutto il mondo chiedono giustizia. In particolare, dal 1961 (il Sahara Occidentale era ancora sotto il controllo spagnolo) al 1992, furono almeno 191 i morti in carcere. Ma c'è anche un lungo elenco di numeri, freddi e impietosi, dei caduti in battaglia, dei deportati, di chi ha resistito per qualche giorno in ospedale dopo i combattimenti ma poi ha cessato di vivere.

L'associazione Rights Monitoring 1 ha chiesto e ottenuto la traduzione del report che sarebbe dovuto rimanere nascosto al grande pubblico. Adesso, però, l'elenco è finito in rete: "Nel corso degli anni - si legge - il Marocco è stato accusato di un uso sistematico di detenzioni extragiudiziarie e uccisioni, specialmente contro chi si è opposto all'occupazione del Sahara Occidentale. Questo è stato negato categoricamente da autorità marocchine. Fin dagli anni Novanta - rileva il Royal Advisory Council for Human Rights - i diritti umani sono stati gradualmente rispettati. Ma in particolare nel Sahara Occidentale, gli abusi rimangono la norma".

"Il documento è tradotto in inglese, ma presto sarà disponibile anche in altre lingue - spiega Malainin Lakhlal - perché vogliamo che tutto il mondo sia messo a conoscenza di questi crimini. Nella speranza che l'Occidente, questa volta, decida davvero di intervenire a favore di un popolo che chiede solo di non essere colonizzato"

GANDHI DEL SAHARA

GANDHI DEL SAHARA
AMINETOU HAIDAR