
LA TESTIMONIANZA
"Io, giornalista nel campo profughi racconto il dramma del popolo saharawi"
Malainin Lakhlal è in questi giorni in Italia grazie a un progetto del Cisp, della regione Emilia Romagna, del Comune e del Polo didattico di Forlì
di LUCIO LUCA
Il giornali saharawi Malainin Lahklal
ROMA - Malainin aveva tre anni quando il suo popolo venne cacciato dal deserto e costretto a vivere in un campo profughi. Era un bambino quando il governo marocchino decise di costruire il "berm", un muro di sabbia circondato da mine e filo spinato, per tenere a distanza i "fratelli" che avevano deciso di stare dalla parte "sbagliata". Ora Malainin Lakhlal di anni ne ha 38 ma non ha cambiato idea: fa il giornalista dall'accampamento di Tindouf, al confine con l'Algeria, è una delle poche voci libere dei saharawi e continua a battersi per l'autodeterminazione di un popolo che da più di tre decenni difende uno spicchio di deserto ricco di fosfati naturali. Che fanno gola a Rabat, come il tratto di mare più pescoso del Mediterraneo, quello che circonda il Sahara Occidentale al confine con la Mauritania.
Malainin è in questi giorni in Italia, grazie alla collaborazione del Cisp (il Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli), la regione Emilia Romagna, il Comune e il Polo didattico scientifico di Forlì. E' uno dei protagonisti di un progetto che punta, soltanto con pochi spiccioli, a permettere ai bambini saharawi di studiare la storia e la cultura del proprio popolo: "Un modo per non dimenticare le loro radici, per crescere consapevoli", spiega Giulia Olmi, la responsabile Cisp per i programmi saharawi.
Lakhal ha costituito nei campi l'Unione giornalisti e scrittori saharawi (Upes), di cui recentemente è diventato segretario generale. Si occupa di tenere i contatti con i territori occupati per ricevere notizie, redigendo e traducendo messaggi e dispacci per divulgarli in più lingue alle reti della solidarietà nel mondo. Si è sposato, "ma non ho ancora trovato il tempo di fare dei bambini", scherza. Poi racconta come si può fare il giornalista nel bel mezzo del nulla, in una parte del mondo dove non cresce nemmeno un filo d'erba e, tanto per dire, lo sviluppo dei bambini da zero a cinque anni è più lento che in qualsiasi altro posto: "Ci sono 135 mila persone che dal 1975 vivono in queste condizioni - spiega - e solo grazie al lavoro delle ong siamo andati avanti. I governi occidentali? Quelli no, a parte qualche sparuta eccezione. Loro al Marocco perdonano tutto, compresi i crimini contro l'umanità".
Dal 1991 la querelle tra il governo di Rabat e il popolo saharawi è rimasta solo nelle carte delle Nazioni Unite, nei rapporti delle ong sui diritti umani violati, nelle risoluzioni mai applicate degli organismi internazionali. Poi, qualche mese fa, l'esodo di massa del popolo del deserto, che aveva deciso di protestare contro le condizioni disumane in cui è ridotto piantando le proprie tende a qualche chilometro da Layoun, la capitale del Sahara occidentale. La protesta più dirompente dal 1975 a oggi. Da quando cioè l'esercito marocchino guidato da re Hassan II "conquistò" quella zona e costruì, appunto, il "muro della vergogna". Ci furono scontri tra la polizia e manifestanti, almeno 13 le vittime anche se da quelle parti è sempre difficile tracciare un bilancio ufficiale.
"In pochi, nel 1983, quando il Cisp cominciò a occuparsi di questo dramma umanitario, avrebbero potuto pensare che quasi trent'anni dopo la situazione sarebbe rimasta immutata", commenta amaramente il direttore della ong Paolo Dieci. "Eppure è così - riprende Malainin - e le speranze che qualcosa cambi sono davvero pochissime. Perché dal '91 aspettiamo di celebrare un referendum sull'autodeterminazione del popolo saharawi, ma l'Onu non riesce a far rispettare le regole. E la comunità internazionale assiste in silenzio al nostro calvario".
Ci sono giornalisti coraggiosi anche dalla parte marocchina, reporter che non hanno paura a denunciare il mancato rispetto dei diritti umani. Malainin ne conosce e apprezza diversi: "Ma quando scrivono qualcosa che non piace al governo, pagano un prezzo altissimo - continua - Solo nell'ultimo anno almeno tre magazine sono stati costretti a chiudere perché "non allineati". Per non parlare poi dei colleghi stranieri, spagnoli e francesi soprattutto, che sono stati arrestati e poi espulsi dal Paese soltanto perché raccontavano la verità".
Ma forse qualcosa nel Maghreb sta cambiando. E di questo Lakhlal è sicuro: "Basta vedere quello che sta succedendo in questi giorni in Tunisia, Algeria, in Egitto. La gente è esasperata, non ne può più di regimi corrotti e sanguinari. Io spero che il vento della rivolta possa spingersi anche al Marocco, dove non esiste il rispetto dei diritti umani e tanta gente chiede riforme serie che possano rilanciare l'economia. Sta saltando un tappo, i popoli hanno alzato la testa e vogliono far sentire la loro voce. E noi saharawi, come sempre, saremo in prima linea".

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